Percorso 1979-1991


Gli anni ’80 sono segnati sul piano della politica internazionale dalla cosiddetta “nuova guerra fredda”, sul piano della politica interna da una nuova coalizione di centro-sinistra che esclude il Pci.
Ronald Reagan e Margaret Thatcher impongono in Occidente una svolta neoconservatrice.
In Polonia il movimento di Solidarnosc dà inizio al declino finale del blocco sovietico.
In Italia, la violenza e l’eversione conoscono una recrudescenza, dalla strage alla stazione di Bologna del 1980 alla scoperta della loggia deviata P2 nel 1981, fino all’assassinio mafioso del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982, per poi allentarsi negli anni successivi.
Durissimo è lo scontro tra il Pci di Enrico Berlinguer e il Psi di Bettino Craxi, che nel 1983 diviene presidente del Consiglio, in particolare sugli euromissili e sulla decisione di rivedere il meccanismo di rivalutazione dei salari, la “scala mobile”.
Pur raccogliendo circa un terzo dei voti, il Pci conosce una crisi di identità, soprattutto dopo la morte di Berlinguer nel giugno 1984.
Mentre nella società si affermano i valori dell’individualismo, le coalizioni di pentapartito, con al centro la Dc e il Psi, sono espressione di una “democrazia bloccata” che aggrava la crisi del sistema dei partiti.
Sotto la guida di Alessandro Natta e poi di Achille Occhetto, il Pci si avvicina alle forze socialismo europeo e sostiene la perestrojka di Michail Gorbaciov.
La crisi del comunismo presenta però un carattere strutturale e anche il Pci ne viene coinvolto.
Subito dopo la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’inizio del crollo dei regimi comunisti, Occhetto propone di cambiare il nome al partito: è la svolta della Bolognina.
Attraverso due travagliati congressi, il Pci nel 1991, si scioglie e – scontando la scissione di una minoranza che costituirà Rifondazione comunista – dà vita al Partito democratico della sinistra.